L’ipocrisia verde del greenwashing

Greenwashing, ossia darsi una facciata ecologica e sostenibile senza in realtà fare scelte che siano realmente tali. Potremmo chiamarla anche “ipocrisia verde”. Quante aziende oggi si dichiarano a favore dell’ambiente ma in realtà o non intraprendono strategie veramente sostenibili oppure lo fanno in maniera superficiale, senza realmente incidere sul loro impatto ambientale? Purtroppo noi consumatori spesso non ne siamo consapevoli.

Tale vocabolo è stato coniato da un ambientalista di nome Jay Westerveld negli anni ’80, in riferimento a quanto faceva una catena alberghiera che, invitando a non sporcare gli asciugamani per non usare poi troppa acqua per lavarli, nascondeva il proprio interesse economico dietro una motivazione ambientalista.

Gli esempi di greenwashing sono tanti. Mi viene in mente quello che ho riportato durante la conferenza “Eco – idee e racconti per un’economia sostenibile” di una catena di supermercati la quale, mentre fa una pubblicità a favore dell’ambiente e in cui si spaccia per sostenibile, fa uso a profusione di pellicola di plastica per imballare ortaggi, frutta e verdura. Una alla volta.

Da vegana, poi, non posso non pensare al greenwashing ogni volta che si parla di sostenibilità quando si pubblicizzano aziende che “producono” carne, o latte, o uova e altri prodotti animali.

Pertanto, quando si parla di sostenibilità, è importante essere coerenti. Non solo per trasparenza verso la propria stessa coscienza, ma perché le cose non vanno fatte per moda. Oggi va di moda parlare di ambiente, ma la Terra non si salva a colpi di moda, si salva con azioni concrete (questa è una delle ragioni per cui non credo molto, ad esempio, ai “Fridays for future”).

Dunque è importante cercare di non sostenere aziende che usino beceramente la bella facciata dell’ambientalismo. Se masticate un po’ di inglese, segnalo questo link dove si trova qualche esempio di azienda ipocrita nei vari continenti.

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