Coronavirus cinese, allevamenti e altre crudeltà

Si fa un gran parlare del nuovo coronavirus cinese, che preoccupa tutto il mondo. Un’emergenza che si spera sarà gestita nel migliore dei modi. Tuttavia ci sono da ricordare alcune questioni al riguardo. O meglio, una, molto, molto importante: il legame tra allevamenti intensivi e resistenza antibiotica. Premesso che quest’ultimo patogeno è un virus e non un batterio, e di conseguenza non potrebbe venire distrutto dagli antibiotici, penso sia comunque un’occasione per parlare di un argomento che ormai non è più così misconosciuto, eppure è ancora molto sottovalutato dall’opinione pubblica.

Intanto, una piccola spiegazione della differenza tra virus e batteri e il perché i primi non vengono uccisi dagli antibiotici: i batteri sono organismi unicellulari che, come ogni organismo vivente, hanno delle funzioni vitali (certo, in questo caso molto elementari). L’antibiotico blocca alcune o tutte queste funzioni tra cui, a seconda del tipo di antibiotico, anche la moltiplicazione batterica ossia la riproduzione di ogni singola cellula. Il virus è invece un organismo diverso, formato da sequenze di DNA (acido deossiribonucleico) o RNA (acido ribonucleico) protette da una capsula o involucro che, non avendo neppure tutte le caratteristiche basiche di una cellula, non da tutto il mondo scientifico viene considerato come un essere vivente. Non essendo una cellula, non può sopravvivere se non parassitando un altro soggetto, annidandosi nelle sue cellule che usa come mezzo per vivere, riprodursi e propagarsi. Ed è per questo che gli antibiotici nulla possono contro i virus: per bloccarli, dovrebbero bloccare anche le cellule a cui si “agganciano”, e potrebbero distruggerle o risultare tossici. Ecco perché sarebbe meglio prevenire le infezioni virali con vaccinazioni piuttosto che con cure. I farmaci antivirali non sono molti, ma sono in grado di combattere o controllare gravi malattie come l’HIV e l’epatite. Dunque, il coronavirus cinese al momento non ha un antivirale dedicato, è di difficile eradicazione proprio per questo motivo, e non esiste ancora un vaccino.

Sia i batteri che i virus hanno però la pessima abitudine di sviluppare farmacoresistenza, ed è qui che entra in gioco la questione degli allevamenti. Negli allevamenti industriali vengono iniettate agli animali grandi quantità di antibiotici, poiché in quegli spazi angusti, sporchi e promiscui, la possibilità di propagazione di malattie è altissima e anzi, diciamo, certa. Naturalmente occorre evitare la morte degli animali, preziosa fonte di reddito, o anche solo le malattie, perché comunque saranno destinati al consumo umano. La massiccia inoculazione di antibiotici porta però i batteri a sviluppare strategie di aggiramento verso le molecole dei farmaci fino ad arrivare all’evoluzione di veri e propri superbatteri contro i quali gli odierni antibiotici nulla possono. Con il conseguente rischio di epidemie.

Gli antibiotici sono stati una scoperta fondamentale per il benessere dell’umanità. Sono un tipo di medicinale relativamente recente, e già fino alla metà del secolo scorso non vi era una grande disponibilità di tipologie di antibiotici come esiste oggi. Conquiste che, al netto della sperimentazione animale (triste capitolo che non è il caso di trattare qui), degli interessi delle case farmaceutiche e quant’altro, hanno permesso certamente di combattere malattie un tempo facilmente mortali. Se pensiamo anche quante cavie sono state sacrificate per la causa, abbiamo ancora più il dovere di non disonorare quelle vite perdute.

E per quanto riguarda il coronavirus? Be’, anche in questo caso gli animali giocano un ruolo fondamentale nella faccenda. Infatti in Cina vi è l’usanza di vendere ogni sorta di animali, spesso vivi, in mercatini ove non vige alcun controllo igienico e sanitario. L’ospite iniziale di questo virus nuovo sarebbe il pipistrello che pure entra nell’alimentazione cinese, il cui coronavirus si sarebbe ricombinato con un altro virus affine ma di origine sconosciuta. Anche i serpenti sono stati chiamati in causa per il passaggio del virus all’uomo (processo cosiddetto spillover). Era avvenuto così anche per la Sars che però derivava dai volatili (pure quello un coronavirus come il Mers, che causò contagi nei paesi orientali e mediorientali tramite i cammelli),  e la messicana pandemia suina dai maiali (ecco, ancora una volta gli allevamenti intensivi).

Gli allevamenti intensivi sono colpevoli anche della diffusione di malattie in maniera indiretta poiché, causando deforestazione, spingono gli animali vettori fuori dal loro habitat e li fanno avvicinare o agli animali che vivono negli allevamenti, con tutte le possibili conseguenze del caso (dalla resistenza antibiotica allo spillover), o verso gli abitati umani. Non dimentichiamo poi che le regole sanitarie non sono in tutti i paesi stringenti come lo sono in Italia, e ciò costituisce una fonte di ulteriore rischio. E la Cina non può certo vantare, da questo punto di vista, una grande efficienza nonostante la capacità di costruire in dieci giorni un ospedale, così incredibile agli occhi di noi che siamo dall’altra parte del mondo. Il problema, comunque, non sono nemmeno tanto le ispezioni. Si potrebbero avere ispezioni e allevamenti “sani” da un punto di vista microbiologico, ma come sappiamo non vi è nulla di sano né nel consumare animali come cibo, né in quelle aberrazioni che sono gli allevamenti intensivi. La soluzione non è infatti riempire gli animali di medicine per mantenerli apparentemente sani (come mi è capitato di leggere in Rete), ma evidentemente cambiare il sistema in cui viviamo. Pensate a quanto grande potrebbe essere la richiesta di carne in Cina se tutti i cinesi la mangiassero al ritmo con cui la si mangia in Occidente e a che tipo di allevamenti intensivi ci dovrebbero essere (e non è che non esistano, sono i cosiddetti “hotel” per maiali), con le (in)immaginabili conseguenze sul benessere dei poveri animali nonché sull’uso massiccio di antibiotici che strutture e organizzazioni di questo tipo richiedono.

Dunque gli allevamenti intensivi e in generale il cibarsi di animali non sono solo pratiche crudeli: sono anche pratiche pericolose che non fanno bene a nessuno. A nessuno. C’è davvero ancora bisogno di ripeterlo?

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