Resilienza: postumanesimo da postmandemia

La pandemia di Covid19 che ha abbracciato il mondo intero in una poco gradevole stretta ha messo l’uomo di fronte a tutta la sua fragilità. Probabilmente soprattutto l’uomo occidentale, così sicuro di poter dominare tutto, di essere faber suae fortunae e padrone e proprietario della propria – e altrui – vita. In fondo ci sono paesi dove morire di influenza o morbillo o malaria o infezioni o ebola o fame è ininfluente. La morte ricorda continuamente all’uomo di essere una parte di questo meraviglioso e apparentemente spietato universo.
Proprio questa consapevolezza, seppur non slegata da quell’antropocentrismo intrinseco all’appartenenza a una specie (in tal senso ogni animale è speciecentrato), permette di conservare l’uomo nella sua dimensione umana, ne mantiene psiche, bios e zoè nell’alveo di alcuni limiti invalicabili, vuoi per cultura, vuoi per la (mancanza di) tecnologia, vuoi per l’intreccio delle due. In Occidente, l’Ulisse dominatore del mondo che già nel proprio nome cova il germe del declino, tali limiti sembrano essersi persi e se già lo avevamo capito prima, la pandemia sta facendo cadere il velo di Maya.
Non mi stancherò mai di citare Ortega y Gasset e la sua idea secondo cui alle grandi innovazioni tecniche che la modernità ha portato non si sono accompagnate tecniche morali, di cui siamo indigenti.
In questi giorni in Italia i diritti umani e costituzionali sono stati sistematicamente violati, e lo sono stati anche quelli naturali, ossia quelli che si acquisiscono per il semplice fatto di venire al mondo. Tutto ciò supportato dalla necessità di uno stato di emergenza di cui – contrariamente a quanto accade in diversi paesi del mondo e alla ratio stessa delle pandemie – nel Belpaese non si intravede la fine. Addirittura si paventa la proroga dello stato di emergenza di altri sei mesi, fino al prossimo anno, con ben due mesi e mezzo di anticipo.
Nonostante ciò, in questi giorni noi italiani saremo più liberi. Ma, chissà perché, ho il sentore che questa sia la politica del bastone e della carota.
Vedete, quello che è successo in Italia non è da poco. Non ho contezza di come sia stato gestito psicologicamente il lockdown negli altri Paesi e mi informerò, ma qui la pressione psicologica è stata e continua ad essere molto forte; talmente forte che in molti, forse per reazione di difesa, stanno mostrando una insofferenza tale da negare addirittura l’esistenza del virus.
Nel frattempo abbiamo una oscura task force contro le fake news, account oscurati senza che facessero del male a nessuno, video rimossi, una censura da Minculpop di cui non in tanti si avvedono ma che fa paura. All’inizio della pandemia ero convinta che il neoliberismo abbia bisogno di uomini liberi per poterli trasformare in consumatori ligi, ma adesso penso che le cose siano cambiate e forse il problema non è nemmeno più il tanto vituperato e inviso neoliberismo che anche da queste pagine ho cercato più volte di contrastare, ma le conseguenze dello stesso che portano i potentati globali a rendersi conto che lo sfruttamento del pianeta non può essere infinito. Il controllo repressivo allora assume tutte le vesti di una necessità non esplicitata, in cui i consumatori non saranno più liberi di consumare ma dovranno farlo entro determinati limiti affinché il sistema non collassi su sé stesso. Insomma, hanno perso le redini di questo sistema, e occorre lavorare per mantenere i privilegi ossia l’accesso alle risorse, risorse che però rischiano di non esistere più nemmeno per chi potrebbe comprarle a peso d’oro.
Mi permetto anche di dire che – da un punto di vista filosofico, non mistico – questa gente al governo è satanica e diabolica nel senso etimologico del termine: diabolus viene dal greco διαβάλλω, diaballo, divido, ed è il divisore per eccellenza. ∆ιαίρει καὶ βασίλευε, dividi et impera, dicevano gli antichi, e se fino a non molto tempo fa ci si riferiva al provocare stati di conflitto tra i cittadini o, meglio, i sudditi, adesso la locuzione riguarda anche gli aspetti fisici e spaziali del vivere umano: il distanziamento sociale, cosiddetto, imposto per motivi sanitari e che nessuno metterebbe in discussione per un periodo limitato di tempo atto a limitare il contagio, sta diventando prassi di controllo oltre ogni linea di decenza. In questi giorni è giunta la notizia di braccialetti vibranti da apporre ai polsi degli alunni di un asilo nel varesotto. Sarà fatto tutto come un gioco, assicurano, col supporto di psicologi. In pratica il bracciale vibra se i bambini si avvicinano a meno di un metro, tutto ciò mentre le scuole svizzere, anche della Svizzera italiana, riaprono con raziocinio. Ma qualcuno si è chiesto cosa significhi educare un bambino a temere di avvicinarsi al prossimo e quanto verrà introiettata la cosa in un livello di inconscio profondo? Persone perfette per un futuro distopico. E dispotico. Che strano, basta invertire due sole lettere. Cosa succede a persone che non possono incontrarsi? Beh, la risposta è… di tutto. Si perde lo spirito di corpo. E questo significa perdere coscienza dei propri diritti, e non solo come coscienza di classe ma anche come coscienza di appartenere allo stesso genere: umano. Inoltre viene a mancare l’empatia, non potendovi essere, a distanza, identificazione, attivazione dei neuroni specchio, nemmeno fossimo cyborg. Il transumanesimo sta servendo le sue prime pietanze nell’indifferenza generale.
Se poi quella dell’asilo sarà una notizia che si dissolverà come neve al sole, e lo speriamo, il punto cruciale resta: c’è un substrato ideologico che rende plausibili e applicabili queste oscenità.
In alcune città cinesi è già attivo il controllo del capitale sociale degli individui: si guadagnano punti facendo determinate azioni e se ne perdono facendone altre. Chi perde punti è meno accettato in società, ma non solo: il suo volto e il suo nome compaiono sui maxischermi dei centri commerciali e per queste persone diventa difficile persino comprare un biglietto aereo e viaggiare. Naturalmente non parliamo nemmeno di trasgressioni gravi, che d’altra parte in quel regime comportano l’oblio in vari altri modi.
Satana, etimologicamente, è l’avversario, il nemico. Queste misure sono assolutamente nemiche dell’umano attraverso una scienza che, facendosi scientismo, diventa nemica dell’umano e dell’umanesimo. Tutti i provvedimenti presi, più che a contenere il virus, sembrano volti a contenere l’umano nelle sue migliori manifestazioni: la gioia di vivere, l’entusiasmo, la condivisione col prossimo e la stessa prossimità.
Questo postpandemia sta gettando le basi per un mondo postumano, dove a prevalere sarà la tecnologia e dove l’umano sarà al servizio della stessa e non viceversa. Abbiamo visto che sempre, nella storia, idee utili, quando hanno finito per diventare ideologie, hanno preso il sopravvento sull’uomo. È il caso di molti -ismi, e lo scientismo tecnocratico non è da meno.
Che dalla dissoluzione postmoderna non potessimo che aspettarci altro che postumanesimo, non stupisce. Semplicemente, non eravamo pronti, non lo siamo, e non sappiamo – a livello di popolo – come difenderci. Siamo realisti, il 90% delle persone non ha nemmeno sentito mai parlare di parole come postumanesimo, transumanesimo, postmodernità, decostruzionismo. Ideologie che hanno strisciato in una società che si è fatta sempre più liquida fino a correre il rischio di evaporare. D’altra parte il liquido è resiliente: si adatta alla forma del contenitore. E la resilienza è il concetto chiave di questa nuova forma di dominio attuata col consenso delle masse. Quante volte avete sentito dire, in queste settimane: “niente sarà mai più come prima”, “dovremo abituarci”, si progettano scafandri per proteggerci, nemmeno dovessimo vivere in una perenne guerra nucleare. Ma non è vero se non nel senso che tutto cambia e che ci sarà purtroppo una recessione economica senza reali vantaggi in termini di ambiente e crescita umana. Non è vero che nulla sarà mai più come prima! L’umano, nel suo profondo, nella sua essenza, resta tale e nessuno deve neanche lontanamente farsi lavare il cervello da quel “dobbiamo abituarci”. A cosa? Le epidemie – tutte – finiscono. Solo quella di HIV non sta finendo e sono da indagare i motivi, perché ci sono. Che poi la chiamano epidemia, anzi, pandemia ma in realtà è una endemia. Quindi non “dobbiamo abituarci” proprio a niente! Non allo smart working, non al distanziamento che implica l’impossibilità non solo dei rapporti umani, ma ci rende più fragili e soli di fronte ai poteri forti. Tutto cambia, è una costante dell’esistenza e anche della fisica stessa, poiché ogni sistema tende all’entropia; ma non nel senso in cui vogliono le grandi corporation e governi collusi. Sta a noi mantenere la normalità, evitando ancora per un po’ comportamenti rischiosi per evitare aumenti di contagi che potrebbero dare adito a nuove scuse per il lockdown. La finanza, il potere politico, economico e delle comunicazioni (tutto ormai si muove intorno alla comunicazione!), entità ormai spersonalizzate, vogliono che si accetti l’idea dell’abituarsi, perché abituarsi significa accettare poi tutto; già da tempo va in giro il concetto di resilienza, non vi dice nulla questo? Da quanto se ne parla? Fate un po’ i conti. Da quando i diritti sono sempre più erosi e i corpi e il lavoro sempre più smaterializzati. La resilienza è il leitmotiv del biopotere. Se non volete contagiarvi non state a casa ma, più semplicemente, evitate e fate evitare a quanti conoscete – figli, parenti, amici, genitori, eventualmente estranei – comportamenti a rischio. Ma ricordando che è per poco! Che non ci si deve abituare! Perché tutto passa. Tutto. Anche la vita che va salvaguardata sempre, e salvaguardarla oltre a non portare il virus in giro significa pure non accettare, e non avere nessuna resilienza in questo, a farsi ridurre ad amebi impauriti e non pensanti oppressi dalle multinazionali che compreranno le piccole aziende, che costruiranno sempre più multisala, che fagociteranno ogni forma di cultura indipendente e pensiero critico – giusto o sbagliato che sia – e vi diranno quale musica ascoltare, quali film vedere, chi vedere, cosa (o meglio, chi) mangiare. Fenomeni che già in gran parte accadono ma che in nome dell’abitudine e della resilienza diverranno quella terribile, distopica, postumana normalità.
Siamo ancora in tempo per cambiare rotta, soprattutto a giudicare da come si comportano molte persone – incuranti, incoscienti, coraggiose, normali? – e questa riflessione potrebbe lasciare benissimo il tempo che trova, come mi auguro. Ma proprio perché ciò avvenga, è opportuno parlarne, rifletterci, non farci cogliere impreparati come la famosa rana bollita di Chomsky. Noi che la temperatura si sta alzando un po’ troppo, ce ne accorgiamo eccome, e lo facciamo presente.

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